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Uomini, donne e bambini ecco perché vi sterminiamo

20 gennaio 2011 · 0 Comments

di Flore Murard-Yovanovitch



Perché un’immane strage di 300.000 civili, come quella causata dalle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki in un Giappone che aveva già deciso di arrendersi, non è comunemente considerata un «genocidio»? E il Presidente Truman non visto come assassino di massa al pari di Hitler, Stalin, Mao o Pol Pot? 


È con questa domanda provocatoria che Daniel J. Goldhagen, storico di fama mondiale e già autore del controverso bestseller I volenterosi carnefici di Hitler (1996), apre uno dei più esaustivi e potenti saggi sugli eccidi di massa del 20° secolo: Peggio della guerra. Lo sterminio di massa nella storia dell’umanità. Gli stermini di massa avrebbero causato approssimativamente tra i 127 e i 175 milioni di vittime (se si tiene conto anche delle carestie organizzate): più dei caduti delle due guerre mondiali. Tanto per cominciare. 


ESSERI UMANI CONTRO Così arriva subito la domanda di tutti i tempi: perché degli esseri umani scelgono di eliminare altri esseri umani, compresi donne e bambini? Lo storico americano si addentra negli agghiaccianti meccanismi degli eccidi di armeni, curdi, maumau, maya, bosniaci musulmani e di tutti coloro che Stalin, Mao o gli Khmer rossi hanno considerato dissidenti... E svela le numerose tecniche, oltre alla «soluzione finale», per eliminare, anche a lungo termine, altri gruppi con conversioni forzate, marce della morte, campi e Gulag, purghe, sterilizzazioni e stupri di massa....


Se l’Olocausto è stato il genocidio per antonomasia - per l’entità dell’annientamento totale degli ebrei e senza precedenti nella Storia - Goldhagen ritiene che stragi di massa di minore portata hanno avuto meccanismi non molto diversi. Prendendo in contropiede la storiografia ufficiale, lo studioso vede nell’«eliminazionismo» una costante buia della Storia. 


BASTANO I MACHETE E non è la «modernità» (tecnologia, burocrazia e camere a gas), come diffusamente ritenuto, ad aver permesso ciascun genocidio: «Stentavamo a capire che bastavano machete», come confessa l’ex-segretario dell’ONU Boutros-Ghali nel caso del mancato riconoscimento del colossale eccidio di massa ruandese. Né pseudo cause socio-strutturali, come dimostra il caso del Sudafrica, dove anni di Apartheid non sfociarono, all’ascesa dei «neri» al potere, in un attacco contro i «bianchi», bensì nella strada della riconciliazione. Né tantomeno una presunta natura umana «barbarica», che si presumerebbe annidata in tutti noi e che farebbe di tutti noi potenziali massacratori.


Goldhagen dimostra invece che l’avvio di un genocidio è sempre una «strategia» politica per la redistribuzione del potere, un «programma di morte» pianificato a tavolino. Ben lontano dall'essere sfogo o esplosione di follia improvvisa, è una scelta consapevole: «razionale».

CALCOLO RAZIONALE Questa nuova e radicale lettura dello sterminio come «calcolo politico lucido» è uno degli aspetti più interessanti di questo saggio che, dati alla mano, confuta e spazza via false quanto radicate idee comuni sula presunta «irrazionalità» delle aggressioni sterminazioniste. 


A giocare un ruolo scatenante fondamentale sono infatti le visioni dei carnefici circa una presunta «nocività» delle potenziali vittime: in primis l’ideologia malata che fa dell’altro un morbo da «sradicare» per tornare a una presunta «purezza» (Dio, il Volk o la Nazione, ecc). I veri strumenti preparatori: i discorsi che fanno dei nemici «demoni», «sottouomini», «ratti», «serpenti», «babbuini»,«bacilli infetti» (o «pecore nere», come nel recente referendum svizzero anti-stranieri, ndA.). È il processo di «disumanizzazione» dell’altro che porta a trucidarlo: in uno dei capitoli più drammatici del libro, ex-genocidari hutu confessano che non consideravano i tutsi «esseri umani ma scarafaggi»...


TESTIMONIANZE DIRETTE I pregi di questo libro sono immensi: dalle testimonianze dirette raccolte sul campo al rigore delle fonti storiografiche; riporta alla luce stermini dimenticati, come quello del popolo herero dell’Africa sudoccidentale a opera dei coloni tedeschi o dei kikuyu dai britannici, e tanti altri per mano di coloni francesi, belgi, ecc. Senza tralasciare il razzismo che ancora oggi permea la storia «minore» dei popoli «non-bianchi». Domanda dopo domanda, Goldhagen ci porta con genialità, in una indagine che si legge senza fiato, alla radice stessa dello sterminio. E lancia un appello affinché la comunità internazionale si doti di conoscenza, capacità di anticipazione e reale volontà politica per fermare in tempo stragi in corso o latenti, che esploderanno negli anni a venire. Questo libro dovrebbe diventare un manuale per giovani e dirigenti politici, in un’Europa dove fanno la loro riapparizione discorsi xenofobi anti-migranti, espulsioni e deportazioni, che sono e sono sempre stati all'origine di una «cultura» eliminazionista.

l'Unità 8 gennaio 2011

“NÌGURI”, o neri che dir si voglia

20 dicembre 2010 · 0 Comments

“Nìguri” è il termine usato per indicare “neri” nel dialetto calabrese.
Ed è il titolo del documentario, uscito nel 2009, che mostra le reazioni del piccolo paese di Sant’Anna, nel crotonese, nel momento in cui gli abitanti si trovano a dover usare questa parola molto più frequentemente di quanto non si aspettassero.
Ma non solo le voci dei residenti.
Anche le storie e le volontà degli stessi “nìguri”, bloccati per mesi in un vero e proprio limbo costruito dallo Stato italiano.

locandina del film "Niguri"
Sant’Anna è sede di uno dei sette Centri di Accoglienza che troviamo in territorio italiano. Come possiamo leggere sul sito del Ministero dell’Interno , essi “sono strutture destinate a garantire un primo soccorso allo straniero irregolare rintracciato sul territorio nazionale. L’accoglienza nel centro è limitata al tempo strettamente necessario per stabilire l'identità e la legittimità della sua permanenza sul territorio o per disporne l'allontanamento”.
Dal documentario apprendiamo che questi immigrati aspettano anche tre o quattro mesi il foglio di carta che deciderà il loro futuro. Può sancire la possibilità di rimanere in Italia, oppure l’espulsione dal CPA e l’obbligo di lasciare il Paese entro cinque giorni dal rilascio del documento.
In sostanza la loro definitiva condizione di  irregolarità nel territorio italiano.

Quello che vediamo è una realtà desolata fatta di uomini e donne che impiegano il loro tempo a girovagare per le strade, a bere in casolari abbandonati e a prostituirsi.
Per la normativa vigente, hanno la possibilità di uscire dal Centro dalle otto della mattina alle otto di sera, ma non quella di dedicarsi a qualsivoglia attività lavorativa.
Gli immigrati intervistati se ne vogliono andare, chiedono il loro riconoscimento del “diritto d’asilo” per iniziare una vita vera, anche fuori dall’Italia. Dalle loro parole appare evidente che quella condizione di attesa protratta per mesi non è vita.

Ma il film ci mostra anche le ragioni del paese, circa 500 abitanti che si trovano all’improvviso a convivere con questa realtà degradata. Le voci non risparmiano severe critiche anche alle istituzioni, assenti in un territorio dove invece ne servirebbe una presenza massiccia.

“Nìguri”, equilibrato e ben girato, rappresenta le paure, la diffidenza, la riluttanza ad accogliere il diverso in un paesino della Calabria specchio della situazione odierna italiana. Ma si sofferma anche sull’altra prospettiva, quella degli immigrati, delle loro storie e delle loro speranze.
Il regista è Antonio Martino, bolognese d’adozione, ma cresciuto nello stesso villaggio in cui è ambientato il suo documentario. Con “Nìguri” Antonio Martino vince il Premio Miglior Documentario nel festival “Hai visto mai?”, diretto da Luca Zingaretti, tenutosi nel maggio 2010 a Siena.



M.B.

Quando l'exit strategy statunitense coincide con l'enter strategy talebana

4 dicembre 2010 · 0 Comments

Il 28 Gennaio di quest’anno si è svolta la conferenza di Londra a cui hanno partecipato i rappresentanti delle comunità internazionali di 70 paesi, i ministri degli Esteri della missione Isaf, i rappresentanti di Onu, Ue, Usa, Nato, di alcuni paesi vicini all’Afghanistan e alcune istituzioni internazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario internazionale e diverse organizzazioni non governative. L’obiettivo della Conferenza avrebbe dovuto essere l’analisi della situazione afgana, la ricerca delle soluzioni per il ritiro delle forze internazionali, il passaggio delle consegne in tema di sicurezza alle forze afgane, e la ricerca di un dialogo con i talebani. L’ultimo punto in particolare è forse quello che ha destato maggiore attenzione. 



A Londra si è parlato, infatti, di tendere una mano ai talebani che deporranno le armi, senza considerare il fatto che nessuno di questi terroristi ha mai dichiarato di voler partecipare al processo di “riconciliazione”. Nonostante questo, è stato persino approvato un fondo di 500 milioni di dollari per assicurare  “un posto dignitoso nella società a coloro che rinunceranno alla violenza, parteciperanno alla società civile e rispetteranno i principi della costituzione afghana, taglieranno i propri legami con Al-Qaeda e altri gruppi terroristici e perseguiranno i propri obiettivi politici in maniera pacifica”. I talebani tuttavia sembrano non aver apprezzato ed hanno anzi definito la confrenza uno “strumento di  propaganda che non avrà risultati”.


Forte dell’appoggio internazionale, il 18 settembre di quest’anno a Kabul il Presidente afghano Hamid Karzai ha deciso di istituire l’Alto Consiglio per la pace, il cui scopo ufficiale sarebbe quello di creare un dialogo e dare il via alle trattative con i talebani, affinché cessino le ostilità con il governo. Per favorire il “processo di pace”, inoltre, Karzai ha promesso ai talebani che deporranno le armi denaro, posti di lavoro, case e una scorta per la loro protezione, insomma una vincita al lotto.  Molte critiche sono state mosse al riguardo soprattutto per quanto concerne la composizione dell’istituzione che a quanto pare conta tra i suoi membri loschi personaggi accusati di violazione dei diritti umani e crimini di guerra. Nulla di nuovo considerando le amicizie del Presidente Karzai. Un giornale di Kabul afferma che “i membri dell’ HPC (High peace Council) hanno più esperienza con la guerra che con la pace”. Il consiglio è composto di 68 membri di cui otto donne, dodici dei suoi componenti hanno ricoperto incarichi nel governo dell’Emirato talebano tra il 1996  il 2001.



Da parte loro i talebani affermano di non voler aprire alcuna trattativa, almeno fino a quando tutte le truppe straniere non avranno abbandonato il Paese. Risulta infatti ben noto a chiunque conosca un minimo la storia dell’Afghanistan, che gli estremisti islamici accetteranno la “riconciliazione” solo quando saranno certi di poter prendere nuovamente il controllo sull’intero paese. Gli Stati Uniti hanno già espresso il loro sostegno per appoggiare le trattative tra l’HPC e i terroristi talebani che a detta loro “abbandoneranno le armi”. Gli Stati Uniti hanno quindi deciso di appoggiare un progetto, che da un lato permetterebbe loro di uscire dal pantano afghano con le mani “pulite” e dall’altro permettere ai talebani di far precipitare nuovamente il paese in quel regime oscurantista e barbarico che precedette il 2001.


L’amministrazione Obama, inoltre, sta di fatto avvallando i negoziati tra Karzai e i talebani suoi fratelli (come li ha definiti egli stesso) , apertamente mediati dai vertici militari pakistani.
Ma come è possibile che persone che si fanno esplodere per aria, che gettano l’acido in faccia alle donne, che avvelenano le ragazzine che vanno a scuola, che uccidono civili, persone di etnia differente dalla loro (cioè non pashto), membri del governo ed operatori umanitari possano esser reinseriti nella società afghana?La risposta non è presente nella retorica del fare pace a tutti i costi dell’Alto consiglio per la pace. 


E soprattutto cosa ne pensa la popolazione afghana di tutto questo? Certamente alcune persone crederanno al nobile scopo, ma le etnie non pashto sono alquanto scettiche e preoccupate al riguardo, esse sanno infatti che se l’HCP ottenesse risultati concreti per loro sarebbe la fine. Il presidente Karzai e gli insorti infatti, appartengono tutti all’etnia pashto, i cui esponenti politici e militari da centinaia di anni tentano di eliminare le altre etnie dall’Afghanistan operando sistematiche opere di genocidio,  ora cosa accadrebbe loro se il paese tornasse nelle loro mani? Il pericolo di una guerra civile, a questo punto è ormai più che una temibile ipotesi.  
Ecco alcuni dei membri dell’Alto Consiglio per la Pace:
Sibghatullah Mujaddedi:  presidente della Loya Jirga costituzionale a proposito dei diritti umani e civili: «Dobbiamo tutti rispettare il voto. Le donne sono libere di votare per gli uomini. Gli uomini sono liberi di votare per le donne. Non possiamo fare questa separazione … Ma non cercate di porvi allo stello livello degli uomini. Dio stesso non vi ha concesso gli stessi diritti perché nel suo disegno due donne valgono quanto un uomo» The New York Times.


Abdul al-Rasul Sayyaf:  militante fondamentalista di matrice islamica afghano pashton. Negli anni Ottanta ha preso parte alla guerra contro il governo del Partito Democratico Popolare dell'Afghanistan (PDPA) guidando una fazione dei Mujahedin dell'Unione Islamica per la Liberazione dell'Afghanistan. Durante tale guerra, ha ricevuto il sostegno e l'aiuto di volontari arabi che finanziarono i suoi Mujahedin. Si dice inoltre che Sayyaf sia stato il primo ad aver invitato Osama bin Laden in Afghanistan. Egli è responsabile della formazione delle reclute di Al-Qaeda in Afghanistan e dell'uccisione di massa di civili. Nel 1993, durante la guerra civile afghana, la fazione di Sayyaf fu responsabile di aver compiuto "ripetuti massacri umani", quando i suoi mujahidin si scagliarono contro i gruppi minoritari sciiti. Sayyaf è ritenuto a ragione essere uno dei più spietati criminali di guerra della storia afghana.

Arsala Rahmani: funzionario di alto livello del ministero degli affari religiosi durante il regime talebano. Impose severe restrizioni delle libertà fondamentali, in particolare e soprattutto per le donne.

Sher Muhammad Akhunzada: attualmente governatore della provincia di Helmand, è legato ai recenti abusi commessi dalle forze armate sotto il suo controllo, compresi quelli perpetrati nelle prigioni private.


Burhanuddin Rabbani: è stato presidente dell’Afghanistan dal 1992 al 1996. Nel 1992 Rabbani lanciò un’ offensiva su Hizb-e Wahdat,  partito unico nato come movimento di opposizione. Amnesty International ha successivamente riferito che in quest’offensiva vennero uccisi civili disarmati e moltissime furono le donne che vennero violentate. Nel febbraio del 1993, inoltre, centinaia di residenti Hazara, nel quartiere di West Afshar Kabul sono stati massacrati dalle forze governative sotto la direzione di Rabbani e Massoud suo capo comandante.
Ayatullah Sheikh Asif Mohsini: L’Ayatullah Sheikh Asif Mohsini fu uno dei responsabili della “legge sulla famiglia shiita” con cui Karzai legalizzò lo stupro coniugale nel 2009. Con questa legge il Presidente Karzai poté infatti accontentare l’ayatollah, assicurandosi così i voti dei fondamentalisti sciiti da lui rappresentati alle elezioni presidenziali.  La legge prevede che “la donna debba essere pronta per il sesso ogni volta che il marito lo richieda. In caso contrario il marito è legittimato a privare la moglie “disobbediente” del cibo.”




E’ previsto inoltre il divieto per le donne di uscire di casa senza il marito. Mohsini è anche accusato di aver violentato una ragazzina a Mashhad in Iran. Quando la notizia dell’accaduto giunse in Afghanistan, Mohsini, 64 anni per “salvare” l’onore della famiglia sposò la ragazzina che all’epoca aveva 14 anni. Mohsini afferma di aver sposato quattro donne, secondo la legge della sharia islamica. Il numero dei suoi matrimoni non-sharia, naturalmente non è noto.



N.V

Haiti, l’ONU e il “colera-keeping”

24 novembre 2010 · 0 Comments


A pochi giorni dalle elezioni legislative e presidenziali che si terranno il prossimo 28 Novembre, Haiti richiama ancora su di sé l’attenzione dei media internazionali in rifermento all’epidemia di colera che, diffusasi nel Paese poco dopo la recente alluvione, da più di un mese sta letteralmente mettendo in ginocchio sei delle dieci province dell’isola nel cuore dei Caraibi.

Josette Bijou, Gerard Blot, Garaudy Laguerre e Wilson Jeudy, alcuni dei candidati alle prossime elezioni hanno dichiarato:
"Chiediamo alle autorità di rinviare la data del voto e di pubblicare un piano di lotta all’epidemia di colera che minaccia la vita dell’intera popolazione haitiana”. 
Attraverso una commissione d’inchiesta indipendente si potrebbe arrivare, a loro avviso, a individuare le cause dell’epidemia, che ha già provocato circa 1.400 vittime nell’isola, oltre che a stabilire le responsabilità in merito. 
Diversi particolari portano infatti a pensare che la “Missione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione di Haïti” (denominata Minustah) abbia delle responsabilità tutt’altro che irrilevanti per quanto riguarda la diffusione del malanno nel Paese.

Nei giorni scorsi il presidente haitiano Rene Preval aveva fatto appello alla cittadinanza affinchè venissero osservate elementari norme di educazione all’igiene, ancora scarsa nell’Haiti post-sisma. Tuttavia le precarie condizioni igienico-sanitarie del territorio non possono giustificare un’epidemia di colera esplosa nell’isola caraibica a Ottobre, guarda caso una settimana dopo l’arrivo dei “caschi blu” nepalesi. Nepal dove,  per altro, l’epidemia aveva iniziato a far parlare di sé già sette giorni prima. Da una ricerca di AP risulta che le Nazioni Unite fossero a conoscenza delle cattive condizioni sanitarie interne alla base nepalese, affermando tuttavia la non responsabilità da parte dei loro soldati.



Nella giornata di lunedì in alcuni centri hatiani, tra cui la capitale Port-au-Prince, migliaia di manifestanti hanno dato vita a dure proteste invocando, talvolta attraverso il lancio di pietre o attacchi incendiari contro stazioni di polizia e copertoni, la partenza dall’isola dei soldati Minustah. Almeno due persone sono morte e molte altre sono rimaste ferite durante gli scontri.  Il comando militare Minustah ha ammesso di avere aperto il fuoco su due uomini, poi morti, ma ha precisato di averlo fatto solo per legittima difesa.  
Il primo cittadino di Cap-Haitien, in viaggio in Francia, ha chiesto che “coloro che hanno massacrato il popolo siano identificati e puniti”. “I soldati sono lì per creare la pace, non per  uccidere”.

Per contro, Minustah aveva denunciato in una nota pubblicata Lunedì scorso “motivazioni politiche” dietro gli incidenti, con lo scopo di “creare un clima di insicurezza” alla vigilia del voto.
Sono circa 14.600 i ricoverati in strutture ospedaliere dopo il disastro causato dalle forti piogge, abbattutesi sul territorio haitiano, già devastato dal terremoto del 12 Gennaio scorso. La zona del Paese più colpita dall’epidemia di colera resta comunque quella facente capo alla provincia centrale di Artibonite, dove si contano quasi 600 vittime, circa due terzi del totale, come riferisce il sito web del Ministero della Sanità Pubblica e della Popolazione haitiano.


Non solo: è del 16 ottobre scorso la notizia che l’epidemia ha colpito perfino la vicina Repubblica Dominicana.

Dal loro arrivo ad Haiti, nel 2004, anno in cui fu destituito con un colpo di stato il presidente democraticamente eletto Aristide, le forze ONU sono considerate dalla popolazione haitiana come “un’armata d’occupazione”. Questo può aiutare, in aggiunta, a comprendere maggiormente le sollevazioni di massa degli ultimi giorni e il malessere della popolazione nei confronti dei “caschi blu” delle Nazioni Unite anche alla luce della situazione drammatica che da tempo il Paese si trova a dover fronteggiare.



M.S.

Il razzismo sul corpo della donna

21 novembre 2010 · 0 Comments

Il 27 ottobre scorso è uscito in Francia “Vénus Noire”, “la Venere Nera” nella traduzione italiana, ultimo film del regista di origine tunisina Abdellatif Kechiche, già autore di  Tutta colpa di Voltaire, La schivata e Cous Cous, e considerato con soli tre lavori all’attivo uno dei registi di punta del cinema francese contemporaneo. Oggetto del film, presentato il 9 settembre alla 67esima Mostra del Cinema di Venezia, è una storia tanto vera quanto disumana, quella di Saartjie Bartmaan, donna sudafricana portata dal suo “padrone”, il boero Caezar, a Londra dove è costretta ad esibirsi all’interno di fiere di vario genere come fenomeno da baraccone, per poi finire in Francia in un bordello.


Siamo all’inizio dell’Ottocento e  “La negra dal culo grosso” o “Venere ottentota”, come veniva da molti chiamata all’epoca, arrivata in Europa diviene oggetto di studi pseudo scientifici condotti da alcuni “scienziati”, i quali arrivarono a teorizzare l’inferiorità della “razza nera” a partire dalle prominenti forme della donna.
“Non ho mai visto testa umana più simile a quella di una scimmia” è la frase pronunciata dall’anatomista francese Georges Cuvier, le cui teorie hanno non a caso rappresentato un supporto dottrinale del fascismo. Da notare la figura del pittore naturalista dell’Académie Française, l’unico personaggio, sottolinea con precisione il sito della Fondazione Ente dello Spettacolo Cinematografo.it, a trattare Saartjie come un essere umano. 

Nel film la parte di Saartjie, (“piccola Sara” ) è interpretata dalla non professionista Yahima Torrès, egregiamente per altro. Particolarità e punto di forza del regista nordafricano è stata da sempre quella di impiegare spesso e volentieri attori non protagonisti nelle riprese dei suoi lavori. Il film non è stato concepito per essere gradevole, ma per disturbare, per mettere in luce il livello di umiliazione e discriminazione a cui furono sottoposti gli abitanti dell’Africa Nera durante il periodo del Colonialismo. Un cinema, quello di Kechiche, che non esita e non cessa di confrontarsi con la realtà attuale dal punto di vista politico e sociologico.

 Il regista nordafricano, in un’intervista rilasciata a Venezia proprio mentre il suo film veniva proiettato di fronte alla giuria, denuncia il valore politico contemporaneo di temi centrali di “Vénus Noire” come razzismo e sessismo, facendo esplicito riferimento alla Francia del 2010 che attraverso il suo primo ministro Sarkozy sta portando avanti un’opera di espulsione massiva dei Rom.

Saartjie era arrivata in Europa col sogno di poter ottenere un futuro come artista, perché tale era. Ma la realtà europea purtroppo per lei si è rivelata differente rispetto a come l’aveva immaginata. Diventò un’attrazione, in pasto al grande pubblico, per via delle dimensioni delle sue forme. Oggi il fenomeno della tratta di donne, specialmente dall' Africa (nemmeno a farlo apposta) e dall' Europa dell’Est, col fine dello sfruttamento della prostituzione, così come episodi di intolleranza su base razziale e sessuale, è sfortunatamente di estrema attualità. Ciò che accadde a Saartjie circa 200 anni fa non è così lontano da quello che oggi sono quotidianamente costrette a vivere donne arrivate in Europa occidentale nella speranza di migliorare le proprie condizioni di vita.


M.S. 



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